Come in ogni esperienza importante e abbastanza lunga i particolari riafforano alla mente dopo un pò di tempo. Lo sapevo che l’esperienza dell’India sarebbe stata qualcosa che avrei apprezzato molto di più solo dopo essere tornato a casa, a sangue freddo (è veramente il caso di dirlo, dopo i 49°C di Agra), dopo qualche tempo di sedimentazione. Ora, io non sono mai stato un forte credente, sicuramente non praticante, non mi sono mai posto domande su “se c’è qualcosa” che ci guida tutti oppure no: non ho mai avuto fede. Però a volte accadono cose che ti fanno per lo meno dubitare, eventi che chiamarli coincidenze è veramente troppo riduttivo, dopo il quale chi crede dice “Vedi … ? “, e chi non crede rimane sbalordito.
Ci sono due eventi accaduti in India, durante il nostro viaggio nel nord, che mi sono venuti in mente in questi giorni e che vorrei raccontarvi. Il primo durante il nostro viaggio in treno da Agra a Varanasi, il secondo a Delhi.
Il primo. Il viaggio da Agra a Varanasi è un travaglio di 12 ore, se tutto va bene, e sforzatevi di immaginare il peggior treno del mondo, un ammasso di ferraglia caldo, umido, sporco marcio che fa qualche centinaia di migliaia di Km al mese, e che viene preso solo da gente veramente povera: il treno su cui abbiamo viaggiato era peggio di questo, e durante la stagione dei monsoni. Come se non bastasse le stazioni in India sono fogne a cielo aperto, la gente ci va per fare i propri bisogni e sono rifugi per le più povere persone del paese: storpi, gente senza braccia e gambe che ti insegue, in qualche modo, per chiederti da mangiare. E noi eravamo nella stazione di Agra, su questa specie di piattaforma aspettando il treno per Varanasi. Era l’1 di notte. La puzza era talmente forte che mi sentivo male (è anche vero che io ho un olfatto particolarmente sviluppato, e che in quel caso era una maledizione). La mia mente era tutta concentrata nel cercare il modo migliore di abbassare la percentuale di prenderci malattie dovute all’inalazione di quel fetore impossibile che arrivava dai binari e in generale al fatto di dover restare su questa spazzatura ambulante per 12 ore (e contate che il treno era regionale, quindi tutte le fermate in 12 ore di viaggio). Ero talmente depresso, teso e nervoso che, dopo veramente quasi 15 anni che non lo facevo, ho pregato. E l’ho fatto con una convinzione e concentrazione veramente forte, che se ci penso ora mi stupisco ancora.
Ora, in quel caso, rimanendo coi piedi per terra, non potendo fare in modo che il treno prenda il volo oppure si trasformi in uno svizzero, l’unico aiuto che può arrivare può essere solo uno: che il tuo travaglio non duri più del necessario, e quindi che il treno arrivi per lo meno in orario.
Beh, che ci crediate o no, quel treno, il peggiore mai visto nella mia vita, sporco, puzzolente, che includeva 12 ore di fermate a tutte le stazioni microscopiche del nord dell’India, con una percentuale di accumulo ritardo del 99,9% … ha spaccato il secondo ed è arrivato a Varanasi esattamente nell’ora-minuto-secondo in cui doveva arrivare. Non ho mai visto una puntualità simile per un mezzo con un tragitto così lungo. Neanche un secondo di ritardo.
Il secondo. Questa volta a Delhi, e questo evento è quello che, a pensarci ora, mi fa anche un pò impressione. Era pomeriggio, saranno state le 15 ed eravamo in una zona un pò periferica di Delhi, alla ricerca di una tomba molto famosa e patrimonio dell’Unesco che volevamo visitare. Faceva un caldo che lo ricordo ancora, la temperatura era sui 46°C e l’umidità sarà stata credo del 80%. Avevamo già visitato altro quel giorno, ed eravamo quindi stanchi, accaldati e stavamo finendo l’acqua. Ed eravamo persi. In questa zona di Delhi non c’era niente di niente, solo uno stradone grande e desolazione tutto intorno e anche con la mappa non capivamo la direzione da prendere. Vedendoci in grande difficoltà, uno dei milioni rickshaw sempre presenti in India ci ha preso di mira, avvicinandosi e chiedendoci in modo assillante e senza sosta se volevamo un aiuto. I rickshaw in India sono una delle cose meno affidabili che esistano, tutto quello che dicono è falso e l’unico loro scopo è farti prendere il loro mezzo per portarti dove vogliono loro e farsi pagare. Coscienti di questo (santa Lonely Planet docet), e capendo che le sue indicazioni erano alquanto contraddittorie, abbiamo iniziato ad allontanarlo, ma lui non andava via, ci inseguiva in ogni metro come una mosca fino a che Sarah si è arrabbiata e ha iniziato a urlargli contro in inglese di andarsene. Non ho mai visto Sarah così nervosa, e mi ricordo che la visione di lei in quello stato mi scioccò non poco. Dopo questa scenata, il rickshaw, insultandoci, decise finalmente di andarsene.
Ora, cercate di immaginare il contesto: un caldo immane, sole a picco, umidità altissima, completamente persi e senza alcun aiuto in una zona in cui eravamo veramente soli, super nervosi, sudati e stanchi.
Ad un certo punto passa un bus che ferma alla sua fermata, poco più avanti di noi. Scendono 5-6 persone e noi ci avviciniamo per chiedere indicazioni. Vanno tutte nella direzione contraria rispetto a noi, tranne un uomo, un indiano, che ci viene incontro. Inizio a chiedere indicazioni in inglese e lui mi fa, in italiano, “ma siete italiani?“. Ora, immaginatevi le nostre facce: in quelle condizioni pessime, tra tutte le persone che potevano capitarci tra milioni (perché a Delhi ci sono 16 milioni di abitanti), in quel momento in cui veramente avevamo bisogno di aiuto, l’unica persona disponibile era un indiano che parlava italiano ! Quest’uomo aveva vissuto per qualche tempo a Milano, o non ricordo. Insomma, ci ha dato indicazioni e siamo arrivati alla tomba (che era 1Km più avanti).
Soprattutto questa di Delhi è qualcosa a cui non pensai subito. Eravamo stati fortunati e basta, ed eravamo troppo stanchi per fermarci a riflettere quanto lo eravamo stati . Ci ho pensato in questi giorni, periodo nel quale io e Sarah (più io che lei) ci stiamo avvicinando un pò alla spiritualità, per motivi vari.
A volte è come se ricevessimo dei segnali, soprattutto nei momenti di difficoltà, ma che non riusciamo a cogliere subito, ma ce ne rendiamo conto solo dopo. Come questi due casi che vi ho appena raccontato.
Segni, quasi come per dirci “Hey, va che non sei solo ..
“.